Dal 1998 al servizio della Naturopatia

 

La testimonianza della nostra Presidente,  Vera Paola Termali

 

 

Spesso parlo con Naturopati che si lamentano per il mancato riconoscimento della professione e constato che le scuole sfornano naturopati che non sanno niente di quello che è stato fatto negli ultimi vent’anni per la professione o contro di essa.

Mi sono ripromessa di usare una pagina del sito per sintetizzare la storia della Naturopatia di questi ultimi anni, ma, ora che mi accingo a scrivere, quasi mi scoraggio.

Situazioni, volti, viaggi, arrabbiature scorrono veloci negli occhi della memoria e sono certa che molte cose le dimenticherò, ma non voglio fare un resoconto oggettivo, preferisco raccontare una parte della mia vita.

 

Prima del '98, anno di costituzione del SIHeN, c’era ben poco in giro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva pubblicato un’indagine sul ricorso degli europei alla medicina alternativa che vedeva la media europea al 25% e noi al
22%. Non era poi malissimo.

Dei limiti della professione a livello legale avevamo poca coscienza, presi dall’entusiasmo per il mondo del naturale e dall’illusione, data dall'errata interpretazione del trattato di Roma, sulla libera circolazione delle merci e delle professioni. Il ragionamento era elementare: “se in Germania esiste l’Heilpraktiker, perché non dovrebbe esistere in Italia?” Mi vergogno quasi a dirlo, ma si ragionava in maniera così semplicistica.

Il SIHeN concentrava la sua opera sulla divulgazione degli approcci naturopatici e a radicarsi sul territorio. Nel 2000 avevamo sedi regionali in tutta Italia, tranne in Basilicata e Val d’Aosta. Le sedi organizzavano incontri e noi ci andavamo, parlavamo con i naturopati, ma una vera e propria strategia politica non l’avevamo.

 

Il 17 maggio 2002 la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri organizza a Terni un convegno sul tema "La professione medica e le medicine non convenzionali : rischi ed opportunità" . Dai lavori congressuali nasce un
documento destinato a segnare una svolta decisiva per la pratica delle medicine
alternative. Questo credevamo allora, ma dopo quattordici anni non si è mosso poi
granché. La “dichiarazione di Terni” riconosce infatti il titolo di atto medico a omeopatia, agopuntura, fitoterapia, ayurvedica, medicina antroposofica e tradizionale cinese, omotossicologia, medicina manuale, osteopatia e chiropratica. Per queste ultime due prefigura l'istituzione di un corso di laurea e la possibilità di chiedere l’equipollenza
dei titoli esteri già posseduti. La svolta prendeva le mosse dalle indicazioni
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in favore delle medicine alternative,
in particolare dell’agopuntura. D’altra parte, non si poteva più trascurare il
fatto che 9 milioni di italiani (ISTAT) si curavano ricorrendo a terapie non
convenzionali, in primis all’omeopatia.

La Federazione insiste che siano solo i laureati in medicina e chirurgia a
poter praticare le terapie alternative e che venga individuato un percorso di
formazione, per escludere rischi di truffe e abusivismo.

Un’accelerazione non da poco che, abbastanza ovviamente, lascia fuori dal gioco chi medico non è e pratica queste discipline sulla base di uno studio autodidatta o per essersi formato in una scuola privata.

 

Per rispondere alle richieste della FNOMCeO, la Camera dei Deputati indice
un’ampia sessione di audizioni.

E’ la mia prima uscita pubblica in un consesso istituzionale.
Provo il discorso, camminando su e giù nel mio studio, per cronometrare i  tempi. Punto tutto sull’esempio tedesco, sull’armonizzazione intereuropea,  sulla lotta ai ciarlatani. I nostri soliti temi.

Nel giro di pochi mesi esce la prima bozza Lucchese. Portava il nome di un
deputato dell’UDC, palermitano e medico; era la 137 e si chiamava tout court
“Medicine e pratiche non convenzionali”. L’impianto vedeva le otto sorelle
affidate ai medici (omeopatia, agopuntura, fitoterapia, medicina ayurvedica, antroposofica e tradizionale cinese, omotossicologia, medicina manuale) mentre naturopatia, shiatsu, reflessologia e pranoterapia potevano essere esercitate dai non-medici attraverso un percorso universitario triennale o equivalente, alla fine del quale avrebbero sostenuto un esame di stato che abilitava all’esercizio della professione, previa iscrizione all’apposito Albo.

Altre monodiscipline non venivano prese in considerazione, ma si prevedeva che potessero chiedere il riconoscimento in base ai criteri delineati dalla legge stessa.

 

La definizione scientifica e l’inquadramento nosologico delle professioni sanitarie non convenzionali esercitate da operatori non medici era demandata alla commissione per la formazione.

Agli operatori era riconosciuta autonomia professionale per le attività dirette  alla prevenzione e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva  nell’ espletamento delle funzioni definite dai relativi profili professionali.

Non era comunque consentito effettuare diagnosi e pertanto la loro attività professionale integrava percorsi diagnostico-terapeutici definiti dai laureati in medicina e chirurgia, dai laureati in odontoiatria e dai laureati in medicina veterinaria.

La bozza prevedeva per il passato e per i quattro anni successivi alla promulgazione della legge, la possibilità di chiedere l’equiparazione di titoli ottenuti presso scuole private con eventuale indicazione dell’integrazione necessaria per raggiungere il livello universitario richiesto. Le scuole private avrebbero dovuto alzare il livello formativo.

Secondo il SIHeN si trattava di una gran bella proposta di legge. Potevamo discutere sul numero di naturopati che dovessero far parte delle commissioni, ma, se pensiamo che essa prevedeva persino la misurazione del flusso bioenergetico per i pranoterapeuti, capite facilmente che era una bozza assolutamente all’avanguardia.

Non è che fra le scuole di naturopatia si fosse molto contenti, ma si puntava a creare equipollenza, dopo aver implementato la formazione, perché era chiaro a tutti che una legge dello Stato non avrebbe potuto fra chiudere le scuole tout court e azzerare il settore formativo privato.

Nella necessità di parlare con una sola voce, nacque il CUNI, guidato da Bruna Buresti e da me. Riuscimmo a mettere insieme un bel numero di scuole e a far capire che proporre era essenziale per non ritrovarsi a dover mettere in pratica norme create da chi nulla capiva di Naturopatia.

Ma quelli che portarono Lucchese all’abbandono di questa prima bozza furono quelli dello shiatsu, numericamente molto forti (anche e soprattutto grazie a formazioni irrisorie) e ben organizzate, seguivano Lucchese a tutte le conferenze alle quali era invitato, innalzando cartelli gialli con scritto “Shiatsu libero!”.

Le contestazioni, vivaci e pittoresche, portarono Lucchese a riscrivere tutta la legge, introducendoil concetto di “Discipline Bio-Naturali” che intanto era sorto a livello regionale e aveva portato alla presentazione di diverse leggi regionali, due delle quali, la lombarda e la toscana, non furono cassate e sono ancora in vigore.

 

Il SIHeN presentò una proposta di emendamento molto ben circostanziata, chiedendo che Naturopatia venisse stralciata dalla sezione delle Discipline Bio-Naturali ed affiancata ad Osteopatia e Chiropratica con formazione universitaria triennale. E così fece il CUNI.

Le cose cominciarono ad andare per le lunghe, ogni tanto venivamo convocati a Roma, ma la cosa non quagliava. Ora della fine cadde il governo, perdemmo l’interlocutore Lucchese e questa fase di fermento legislativo finì.



 

Si ritornò a lavorare a livello regionale e il 2005 vide l’approvazione della legge regionale lombarda e toscana. In Lombardia fui io a creare il contatto con il consigliere di AN Pietro Macconi che molto ci sostenne, pretendendo però che la proposta di legge non riguardasse soltanto naturopatia, ma l’intero mondo delle discipline naturali. Si voleva fare una legge quadro, ma non poteva essere una legge che riconoscesse delle figure professionali nuove, perché questo tema ricadeva sotto la cosiddetta “legislazione concorrente”, era cioè appannaggio dello Stato.

Questo era ormai chiaro dalle sentenze che avevano già cassato due leggi piemontesi,
quindi percorremmo un’altra strada, individuata in collaborazione con gli uffici legali di Regione Lombardia.

La legge lombarda prevedeva un organo di consultazione chiamato Comitato Tecnico-Scientifico.

Incominciammo a incontrarci, noi rappresentanti di associazioni di categoria e scuole, per sviscerare il quadro comune in cui le DBN dovevano muoversi, dal piano deontologico a quello strutturale; un lavoro che doveva essere inserito in un quadro normativo preesistente: bisognava cioè capire quali erano i requisiti per gli istituti di formazione degli altri settori e adeguarsi.

Le resistenze, anche per questi aspetti, erano molte, abituati come si era a fare formazione nei seminterrati, senza uscite di sicurezza, senza bagno per gli handicappati, con barriere architettoniche spesso invalicabili.

Passati mesi su questi temi, si andarono a formare i tavoli di disciplina. E qui il lavoro si fece difficilissimo. Ognuno aveva in mente la sua idea di naturopatia e si dovette procedere per gradi, affinare il profilo e gli strumenti, per prima cosa, capire l’ambito di intervento che la definizione di DBN ci imponeva, il grande ombrello sotto il quale naturopatia, multidisciplina per eccellenza, faticava a trovare la sua giusta collocazione.

Gli altri tavoli avevano già finito e noi non avevamo ancora iniziato a parlare di formazione! Qui la contrapposizione si fece aspra. Chi di ore ne faceva poche portava avanti l’opinabile concetto secondo il quale è più importante la qualità della quantità. Io puntavo alle 1200 ore, ma c’era chi ne faceva 300 (e ancora le fa), quindi si andò a
chiudere su 900 ore frontali più tirocinio da valutare.

Fissare un monteore era essenziale, perché soltanto gli operatori che potevano dimostrare quel monteore avrebbero potuto accedere agli elenchi regionali che costituivano un bollino blu istituzionale sulla qualità professionale del naturopata.

Mettemmo insieme tutto il nostro dossier e lo presentammo al pubblico e alle istituzioni stesse in un convegno in Regione nel mese di giugno 2009. Intanto gli anni passavano  e i decreti attuativi ancora non arrivavano ( arriveranno alla fine di maggio del 2012). Allo stesso modo si procedette in Toscana.

 

A livello nazionale non succedeva niente, a parte il  dover contrastare qualche velleitaria o sconclusionata proposta di legge.

In quegli anni si era lavorato molto anche su internet, sul forum di Supereva,
mettendo insieme un Manifesto della Naturopatia Italiana, ma poi tutto si insabbiò sull’eterno dilemma: sanitario o non sanitario?

 

Nel settembre 2009 cominciò un’altra avventura.
C’era malcontento fra i naturopati che frequentavano la rete, che non erano
soddisfatti delle associazioni di categoria che in questi anni non erano riuscite
ad ottenere una regolamentazione, lamentele che, ovviamente, non potevano toccare il SIHeN che non aveva formazioni da 300-600 ore da difendere. Nacque il RUNI, Registro Unico Naturopati Italiani. Su base volontaristica, senza quote associative, si pose come primo obiettivo la conta dei naturopati italiani e degli studenti di naturopatia. La “base” si ribellava ai “generali”, voleva dar loro una lezione, pensando che si occupassero soltanto dei loro interessi economici. Ma, come sempre, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Si aprì un dibattito molto  ampio al quale parteciparono per la prima volta una ventina di scuole e associazioni. Si rimise mano al profilo e alle competenze e si propose un incontro fra chi voleva guardarsi in faccia e costituire una confederazione che potesse raggruppare intorno a pochi principi condivisi, su un piano di formazione cospicuo, di livello universitario, la maggior parte del mondo naturopatico nazionale in un’ottica di visibilità e acquisizione di peso.

Il fuggi fuggi fu immediato e a Roma ci ritrovammo in quattro: SIHeN, ANEA, RUNI e Umberto Villanti che era stato con me e Adele LaMonica, uno dei promotori di questa iniziativa. Ci guardammo in faccia sconsolati, mentre anche i pochi che avevano garantito la presenza, benché romani, accampavano scuse assolutamente poco plausibili. Nonostante la nostra esiguità numerica decidemmo di dar vita all’INAT, nella speranza che, vista la bontà delle nostre intenzioni, altri si sarebbero uniti a noi in seguito.

Il lavoro fu frenetico, ma di grande qualità e l’8 maggio 2010 il Senatore Enzo Bianco depositò in Senato la PdL 2152, che fu presentata al settore a Roma,  alla presenza dell’europarlamentare On. Carlo Fidanza, che illustrò le difficoltà di  un'armonizzazione legislativa in ambito europeo, e dei rappresentanti di associazioni  estere, tedesche, spagnole, greche, che riportarono la situazione dei loro  paesi, oltre ad una delegazione di Regione Toscana.

Il Sen. Bianco si diede molto da fare nei giorni a seguire e ottenne la firma di uno schieramento trasversale sulla nostra PdL, aumentandone così la possibilità di ottenere buon recepimento in Commissione. La nostra proposta prevedeva una formazione universitaria quadriennale e l'inquadramento all'interno del settore sanitario.
L’argomento, proprio quell’inverno, sembrò subire un’accelerata con una buona
presa di posizione del relatore che scelse fra le decine di leggi giacenti in
Senato quelle che più gli sembravano sensate e cominciò a stendere una legge quadro,
come aveva fatto Lucchese oltre dieci anni prima, che regolamentasse medici e
non medici.

La legislatura ebbe termine e l'argomento non venne più calendarizzato nelle Commissioni parlamentari, mentre si doveva resistere all'assalto alla diligenza delle tecniche, tradizionalmente appannaggio della naturopatia, da parte di estetiste e erboristi.

 

Nel 2012 vengono pubblicati i decreti attuativi per la legge lombarda (12 anni dopo l'inizio dei lavori e 7 dopo la promulgazione!) e si cominciano a creare gli elenchi che adesso annoverano oltre venti discipline, sono gratuiti e costituiscono l'unico bollino blu istituzionale in Italia.

Il 2013 vede la pubblicazione della legge 4 "Norme in materia di professioni non organizzate", una legge che non nasce per le discipline naturali, ma per le associazioni professionali, alle quali occorre dare dei parametri, affinchè esse vadano efficacemente a sostituire Ordini e Collegi nelle centinaia di nuove professioni che sono nate e vieppiù nasceranno, così come chiede l'Unione Europea.

Il mio cuore è dilaniato fra le DBN il cui profilo per il naturopata è oggettivamente di alta qualità, e la mia convinzione primaria che la professione debba essere normata nel settore sanitario. Dovrà arrivare l'inverno del 2015, perchè inizi a capire che questo sanitario convenzionale, con le sue regole assolutamente ben definite per l'istituzione di nuove professioni (legge 43/2006) e con la sua formazione per forza di cose universitaria, non può ospitare Naturopatia, riconoscere il pregresso, salvaguardare le scuole che hanno fatto la storia della Naturopatia italiana.

 

Siamo al giro di boa: nuova visione, nuova strategia, qualche vecchio compagno fidato e...

 

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