Prima del '98, anno di
costituzione del SIHeN, c’era ben poco in giro. L’Organizzazione
Mondiale della Sanità aveva pubblicato un’indagine sul ricorso degli
europei alla medicina alternativa che vedeva la media europea al 25% e noi al 22%.
Non era poi malissimo. Dei limiti della
professione a livello legale avevamo poca coscienza, presi dall’entusiasmo per
il mondo del naturale e dall’illusione, data dall'errata interpretazione
del trattato di Roma, sulla libera circolazione delle merci e delle
professioni. Il ragionamento era elementare: “se in Germania esiste
l’Heilpraktiker, perché non dovrebbe esistere in Italia?”. Mi vergogno quasi a
dirlo, ma si ragionava in maniera così semplicistica. Il SIHeN concentrava
la sua opera sulla divulgazione degli approcci naturopatici e a radicarsi sul
territorio. Nel 2000 avevamo sedi regionali in tutta Italia, tranne in
Basilicata e Val d’Aosta. Le sedi organizzavano incontri e noi ci andavamo,
parlavamo con i naturopati, ma una vera e propria strategia politica non
l’avevamo.
Il 17 maggio 2002 la
Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri
organizza a Terni un convegno sul tema "La professione medica e le
medicine non convenzionali : rischi ed opportunità" . Dai lavori
congressuali nasce un documento destinato a segnare una svolta decisiva per la
pratica delle medicine alternative. Questo credevamo allora, ma dopo
quattordici anni non si è mosso poi granché. La “dichiarazione di
Terni” riconosce infatti il titolo di atto medico a omeopatia, agopuntura,
fitoterapia, ayurvedica, medicina antroposofica e tradizionale cinese,
omotossicologia, medicina manuale, osteopatia e chiropratica. Per queste ultime
due prefigura l'istituzione di un corso di laurea e la possibilità di chiedere
l’equipollenza dei titoli esteri già posseduti. La svolta prendeva le mosse dalle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in favore delle medicine alternative, in particolare dell’agopuntura. D’altra parte, non si poteva più trascurare il fatto che 9 milioni di italiani (ISTAT) si curavano ricorrendo a terapie non convenzionali, in primis all’omeopatia. La Federazione insiste
che siano solo i laureati in medicina e chirurgia a poter praticare le terapie alternative e che venga individuato un percorso di formazione, per escludere rischi di truffe e abusivismo. Un’accelerazione non
da poco che, abbastanza ovviamente, lascia fuori dal gioco chi medico non
è e pratica queste discipline sulla base di uno studio autodidatta o per
essersi formato in una scuola privata. Per rispondere alle
richieste della FNOMCeO, la Camera dei Deputati indice un’ampia sessione di audizioni. E’ la mia prima uscita
pubblica in un consesso istituzionale. Provo il discorso, camminando su e giù nel mio studio, per cronometrare i
tempi. Punto tutto sull’esempio tedesco, sull’armonizzazione
intereuropea, sulla lotta ai ciarlatani. I nostri soliti temi. Nel giro di pochi mesi
esce la prima bozza Lucchese. Portava il nome di un deputato dell’UDC, palermitano e medico; era la 137 e si chiamava tout court“Medicine e pratiche non convenzionali”. L’impianto vedeva le otto sorelle affidate ai medici (omeopatia, agopuntura, fitoterapia, medicina ayurvedica,
antroposofica e tradizionale cinese, omotossicologia, medicina manuale) mentre
naturopatia, shiatsu, reflessologia e pranoterapia potevano essere esercitate
dai non-medici attraverso un percorso universitario triennale o equivalente,
alla fine del quale avrebbero sostenuto un esame di stato che abilitava
all’esercizio della professione, previa iscrizione all’apposito Albo. Altre monodiscipline
non venivano prese in considerazione, ma si prevedeva che potessero chiedere il
riconoscimento in base ai criteri delineati dalla legge stessa. La definizione
scientifica e l’inquadramento nosologico delle professioni sanitarie non
convenzionali esercitate da operatori non medici era demandata alla commissione
per la formazione. Agli operatori era
riconosciuta autonomia professionale per le attività dirette alla
prevenzione e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva
nell’ espletamento delle funzioni definite dai relativi profili professionali. Non era comunque
consentito effettuare diagnosi e pertanto la loro attività professionale
integrava percorsi diagnostico-terapeutici definiti dai laureati in medicina e
chirurgia, dai laureati in odontoiatria e dai laureati in medicina veterinaria. La bozza prevedeva per
il passato e per i quattro anni successivi alla promulgazione della legge, la
possibilità di chiedere l’equiparazione di titoli ottenuti presso scuole
private con eventuale indicazione dell’integrazione necessaria per raggiungere
il livello universitario richiesto. Le scuole private avrebbero dovuto alzare
il livello formativo. Secondo il SIHeN si
trattava di una gran bella proposta di legge. Potevamo discutere sul numero di
naturopati che dovessero far parte delle commissioni, ma, se pensiamo che essa
prevedeva persino la misurazione del flusso bioenergetico per i pranoterapeuti,
capite facilmente che era una bozza assolutamente all’avanguardia. Non è che fra le
scuole di naturopatia si fosse molto contenti, ma si puntava a creare
equipollenza, dopo aver implementato la formazione, perché era chiaro a tutti
che una legge dello Stato non avrebbe potuto fra chiudere le scuole tout court
e azzerare il settore formativo privato.
Nella necessità di
parlare con una sola voce, nacque il CUNI, guidato da Bruna Buresti
e da me. Riuscimmo a mettere insieme un bel numero di scuole e a far capire che
proporre era essenziale per non ritrovarsi a dover mettere in pratica norme
create da chi nulla capiva di Naturopatia. Ma quelli che
portarono Lucchese all’abbandono di questa prima bozza furono quelli dello
shiatsu, numericamente molto forti (anche e soprattutto grazie a formazioni
irrisorie) e ben organizzate, seguivano Lucchese a tutte le conferenze alle
quali era invitato, innalzando cartelli gialli con scritto “Shiatsu libero!”. Le contestazioni,
vivaci e pittoresche, portarono Lucchese a riscrivere tutta la legge, introducendo il
concetto di “Discipline Bio-Naturali” che intanto era sorto a livello
regionale e aveva portato alla presentazione di diverse leggi regionali, due
delle quali, la lombarda e la toscana, non furono cassate e sono ancora in
vigore. Il SIHeN presentò una
proposta di emendamento molto ben circostanziata, chiedendo che Naturopatia
venisse stralciata dalla sezione delle Discipline Bio-Naturali ed affiancata ad
Osteopatia e Chiropratica con formazione universitaria triennale. E così fece
il CUNI. Le cose cominciarono
ad andare per le lunghe, ogni tanto venivamo convocati a Roma, ma la cosa non
quagliava. Ora della fine cadde il governo, perdemmo l’interlocutore Lucchese e
questa fase di fermento legislativo finì.
Si ritornò a lavorare
a livello regionale e il 2005 vide l’approvazione della legge regionale
lombarda e toscana. In Lombardia fui io a creare il contatto con il
consigliere di AN Pietro Macconi che molto ci sostenne, pretendendo però che la
proposta di legge non riguardasse soltanto naturopatia, ma l’intero mondo delle
discipline naturali. Si voleva fare una legge quadro, ma non poteva essere una
legge che riconoscesse delle figure professionali nuove, perché questo tema
ricadeva sotto la cosiddetta “legislazione concorrente”, era cioè appannaggio
dello Stato. Questo era ormai
chiaro dalle sentenze che avevano già cassato due leggi piemontesi, quindi percorremmo un’altra strada, individuata in collaborazione con gli
uffici legali di Regione Lombardia. La legge lombarda
prevedeva un organo di consultazione chiamato Comitato
Tecnico-Scientifico. Incominciammo a
incontrarci, noi rappresentanti di associazioni di categoria e scuole, per
sviscerare il quadro comune in cui le DBN dovevano muoversi, dal piano
deontologico a quello strutturale; un lavoro che doveva essere inserito in un
quadro normativo preesistente: bisognava cioè capire quali erano i requisiti
per gli istituti di formazione degli altri settori e adeguarsi. Le resistenze, anche
per questi aspetti, erano molte, abituati come si era a fare formazione nei
seminterrati, senza uscite di sicurezza, senza bagno per gli handicappati, con
barriere architettoniche spesso invalicabili. Passati mesi su questi
temi, si andarono a formare i tavoli di disciplina. E qui il lavoro
si fece difficilissimo. Ognuno aveva in mente la sua idea di naturopatia e
si dovette procedere per gradi, affinare il profilo e gli strumenti, per
prima cosa, capire l’ambito di intervento che la definizione di DBN ci
imponeva, il grande ombrello sotto il quale naturopatia, multidisciplina per
eccellenza, faticava a trovare la sua giusta collocazione. Gli altri tavoli
avevano già finito e noi non avevamo ancora iniziato a parlare di formazione!
Qui la contrapposizione si fece aspra. Chi di ore ne faceva poche portava
avanti l’opinabile concetto secondo il quale è più importante la qualità della
quantità. Io puntavo alle 1200 ore, ma c’era chi ne faceva 300 (e ancora le
fa), quindi si andò a chiudere su 900 ore frontali più tirocinio da
valutare. Fissare un monteore
era essenziale, perché soltanto gli operatori che potevano dimostrare quel
monteore avrebbero potuto accedere agli elenchi regionali che costituivano un
bollino blu istituzionale sulla qualità professionale del naturopata. Mettemmo insieme tutto
il nostro dossier e lo presentammo al pubblico e alle istituzioni stesse in un
convegno in Regione nel mese di giugno 2009. Intanto gli anni passavano e
i decreti attuativi ancora non arrivavano ( arriveranno alla fine di maggio del
2012). Allo stesso modo si procedette in Toscana. A livello nazionale
non succedeva niente, a parte il dover contrastare qualche velleitaria o
sconclusionata proposta di legge. In quegli anni si era
lavorato molto anche su internet, sul forum di Supereva, mettendo insieme un Manifesto della Naturopatia Italiana, ma poi tutto
si insabbiò sull’eterno dilemma: sanitario o non sanitario?
Nel settembre 2009
cominciò un’altra avventura. C’era malcontento fra i naturopati che frequentavano la rete, che non erano soddisfatti delle associazioni di categoria che in questi anni non erano
riuscite ad ottenere una regolamentazione, lamentele che, ovviamente, non potevano
toccare il SIHeN che non aveva formazioni da 300-600 ore da difendere. Nacque
il RUNI, Registro Unico Naturopati Italiani. Su base volontaristica, senza
quote associative, si pose come primo obiettivo la conta dei naturopati
italiani e degli studenti di naturopatia. La “base” si ribellava ai “generali”,
voleva dar loro una lezione, pensando che si occupassero soltanto dei loro
interessi economici. Ma, come sempre, fra il dire e il fare c’è di mezzo il
mare. Si aprì un dibattito molto ampio al quale parteciparono per la
prima volta una ventina di scuole e associazioni. Si rimise mano al profilo e
alle competenze e si propose un incontro fra chi voleva guardarsi in faccia e
costituire una confederazione che potesse raggruppare intorno a pochi principi
condivisi, su un piano di formazione cospicuo, di livello universitario, la
maggior parte del mondo naturopatico nazionale in un’ottica di visibilità e
acquisizione di peso. Il fuggi fuggi fu
immediato e a Roma ci ritrovammo in quattro: SIHeN, ANEA, RUNI e Umberto
Villanti che era stato con me e Adele Lamonica (oggi Vice Presidente di AssoNaturopati), uno dei promotori di questa
iniziativa. Ci guardammo in faccia sconsolati, mentre anche i pochi che avevano
garantito la presenza, benché romani, accampavano scuse assolutamente poco
plausibili. Nonostante la nostra esiguità numerica decidemmo di dar vita all’INAT,
nella speranza che, vista la bontà delle nostre intenzioni, altri si sarebbero
uniti a noi in seguito. Il lavoro fu
frenetico, ma di grande qualità e l’8 maggio 2010 il Senatore Enzo Bianco
depositò in Senato la PdL 2152, che fu presentata al settore a
Roma, alla presenza dell’europarlamentare On. Carlo Fidanza, che illustrò
le difficoltà di un'armonizzazione legislativa in ambito europeo, e
dei rappresentanti di associazioni estere, tedesche, spagnole, greche,
che riportarono la situazione dei loro paesi, oltre ad una delegazione
di Regione Toscana. Il Sen. Bianco si
diede molto da fare nei giorni a seguire e ottenne la firma di uno schieramento
trasversale sulla nostra PdL, aumentandone così la possibilità di ottenere buon
recepimento in Commissione. La nostra proposta prevedeva una formazione
universitaria quadriennale e l'inquadramento all'interno del settore sanitario. L’argomento, proprio quell’inverno, sembrò subire un’accelerata con una buona presa di posizione del relatore che scelse fra le decine di leggi giacenti in Senato quelle che più gli sembravano sensate e cominciò a stendere una legge
quadro, come aveva fatto Lucchese oltre dieci anni prima, che regolamentasse medici e non medici. La legislatura ebbe
termine e l'argomento non venne più calendarizzato nelle Commissioni
parlamentari, mentre si doveva resistere all'assalto alla diligenza delle
tecniche, tradizionalmente appannaggio della naturopatia, da parte di estetiste
e erboristi.
Nel 2012 vengono
pubblicati i decreti attuativi per la legge lombarda (12 anni dopo l'inizio dei
lavori e 7 dopo la promulgazione!) e si cominciano a creare gli elenchi che
adesso annoverano oltre quaranta discipline, sono gratuiti e costituiscono
l'unico bollino blu istituzionale in Italia.
Il 2013 vede la
pubblicazione della legge 4 "Norme in materia di professioni
non organizzate", una legge che non nasce per le discipline naturali, ma
per le associazioni professionali, alle quali occorre dare dei parametri,
affinchè esse vadano efficacemente a sostituire Ordini e Collegi nelle
centinaia di nuove professioni che sono nate e vieppiù nasceranno, così come
chiede l'Unione Europea. Il mio cuore è
dilaniato fra le DBN il cui profilo per il naturopata è oggettivamente di alta
qualità, e la mia convinzione primaria che la professione debba essere normata
nel settore sanitario.
Dovrà arrivare l'inverno del 2015, perchè inizi a capire
che questo sanitario convenzionale, con le sue regole assolutamente ben
definite per l'istituzione di nuove professioni (legge 43/2006) e con la sua
formazione per forza di cose universitaria, non può ospitare Naturopatia,
riconoscere il pregresso, salvaguardare le scuole che hanno fatto la storia
della Naturopatia italiana. SIHeN fu l'unica associazione di
naturopatia in Italia ad essere convocata, anche grazie a tutto il lavoro pregresso istituzionale e di presentazione di proposte di legge e Adele Lamonica ed io ci recammo in audizione al
Senato nel 2016 per esprimere la nostra
opinione circa l’inserimento di naturopatia a fianco di osteopatia fra le professione sanitaria. Il presidente della
Commissione non poteva credere alle sue orecchie! Le nostre argomentazioni non
facevano una piega e alcuni senatori che avevano maggior conoscenza
dell’argomento ne riconobbero la validità.
Nel 2018-19 ricominciò
il lavoro per il rinnovo della norma UNI per la Naturopatia, a suo tempo
proposta senza concertazione con le altre associazioni esistenti da Tonella Doro, Presidente di un'altra Associazione. Il tavolo allargato portò a nuove
scissioni , ma un pericolosissimo giro di boa ci attendeva! L’emergenza sanitaria
che da troppo tempo condiziona le nostre vite ha posto le scuole davanti a un
dilemma inevitabile: online o chiudere! Come si mantiene alta
la qualità della formazione e il monte ore, se si può soltanto fare lezione a
distanza? Questa è la sfida
professionale di questo periodo!